Il “fil rouge” tra la memoria storica e la spiritualità: Maria Dompè e Calcutta

Maria Dompè interviene in una zona “a rischio”, amplificando il messaggio sotteso nella natura stessa del luogo. Nella grande tank, creata per lo svago e l’aggregazione, nell’acqua di questo bacino, l’artista vede l’elemento chiave della sua poetica: un’immagine tanto chiara, quanto complessa nella sua realizzazione. Dall’alto, è un triangolo galleggiante, modulato nei diversi toni del rosso, come una pelle sensibile ai riflessi della luce e dell’atmosfera. Da vicino, è una trama ingegnosa di tessuti, fili e materiali galleggianti: tanti tasselli uniti tra loro e trasportati da un capo all’altro con l’aiuto della gente.

“Il rosso nelle sue sfumature naturali è il colore dell’India: dalla raffigurazione religiosa, all’odierna quotidianità, rappresenta l’energia celata di un popolo. Una forza immensa mai dichiaratamente ostentata bensì pudicamente inespressa”(Maria Dompè). Dunque, un’opera che impatta, non solo l’immaginario, ma anche la vita degli abitanti di Calcutta: dalle donne coinvolte nella cucitura delle stoffe, a quanti collaborano all’allestimento. Così, le persone ricordano il loro passato: i tre martiri bengalesi – Binoy, Badal e Dinesh – uccisi per la libertà dal colonialismo, a cui la piazza è dedicata; “…nell’ideale continuità di un triangolo che galleggia nel nucleo storico di Kolkata: una tripartizione emblematica dedicata ai tre eroi, ma essenzialmente un richiamo alle radici e all’energia PRIMORDIALE…” (M.D.)

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